Il termine greco antico Chàos significa letteralmente “spazio aperto”, “voragine”, “fenditura”, “burrone”; simbolicamente indica un “abisso”, un luogo di tenebrosità e oscurità. Era una sorta di buco nero primordiale. Potremmo assimilarlo alle “tenebre che ricoprivano l’abisso”, per usare la celebre espressione del libro biblico della Genesi. In ebraico biblico l’espressione corrispondente è chòshek.
È dunque un vuoto-buio cosmico dove non ci si orienta, dove insieme al vuoto primordiale ci potrebbe essere anche il pieno, ma questo non si vede: non c’è armonia tra vuoto e pieno per dare origine alle cose. Un abisso dove le entità sono informi, sono in potenza, ma non possono diventare atto e quindi non si vedono.
Con Ovidio la parola prende poi l’accezione oggi più diffusa di “disordine, confusione, mescolanza di elementi non omogenei e contrastanti tra loro”. Nelle Metamorfosi Ovidio descrive il caos primordiale come una massa informe, inerte e confusa (rudis indigestaque moles), dove gli elementi discordanti – caldo e freddo, umido e secco, molle e duro – lottavano tra loro, finché non furono ordinati e separati dalla divinità. In ogni caso, questa informità rimaneva oscura e abissale. È dunque la divinità che, per Ovidio, fa luce nell’abisso, distingue, ordina, separa, discerne, le cose cose che vi sono mescolate.
Per la teoria fisica del Big Bang non c’era Dio, ma anche lì una grande luce ha brillato: una sorta di esplosione primordiale.
Così anche nel chòshek ebraico: perché fosse rischiarato e perché le cose si formassero e apparissero, è stato necessario che qualcuno molto in alto dicesse: “Sia la luce”. E fu ordine tra gli elementi dell’universo.
Ma è anche l’ordine morale, che distingue tra bene e male e che ci porta a fare scelte consapevoli, utili o dannose. In ebraico la parola chòshek è usata anche per indicare un buio morale: la disperazione o la malvagità. Può indicare anche l’ignoranza, un pò come la parola “tenebre” in italiano.
Quando siamo nella malvagità, nella disperazione, nelle tenebre, insomma, l’uomo o la donna che sono in noi non rifulgono certo di splendore: rimangono inespressi, si contorcono, soffrono. Non sono in pienezza. Sono un caos. E questo è davvero un “peccato”.
Lo stesso accade quando ci troviamo nell’ignoranza: essa impedisce alle potenzialità innate dell’essere umano di svilupparsi. Non ci permette di far emergere da noi stessi, attraverso l’educazione (dal latino educere, “tirare fuori”), l’uomo pienamente formato e consapevole, capace di comprendere il mondo e se stesso.
Noi veniamo alla luce: operazione che, nel corso di una vita, sarebbe cosa grande ripetere più volte, dopo la prima, evidentemente ben riuscita, quella che ci ha portati fuori dal ventre di nostra madre.
Ecco allora il senso di venire alla luce, del farsi vedere. Perché ciò accada dobbiamo diventare belli: puliti e ordinati, fuori e dentro.
Ecco il kosmos, l’ordine come lo intendevano i Greci. Contrapposto al chàos c’è il kosmos, che ha appunto a che fare con l’essere belli. Per i Greci la bellezza esteriore, così come la capacità di parlare bene, esprimendo all’esterno un discorso armonico e coerente, era considerata il riflesso necessario di una bellezza interiore.
E del resto, a cosa servono i cosmetici, che proprio da cosmo derivano, se non a farci diventare belli?
Un momento, però: non cadiamo nell’equivoco. Finora abbiamo fatto intendere che ciò che conta davvero è la sostanza, non l’apparenza, anche se, certo, un po’ di apparenza non guasta.
Ordine è bellezza, ed è tutto questo: ordine fisico e ordine morale. Il microcosmo morale che è in noi assomiglia al macrocosmo fisico sopra di noi.
“Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”, diceva qualcuno che ci fanno studiare a scuola.
E comunque per chi non amasse la filosofia, c’è sempre – e ora, in tempo di Sanremo, più che mai – la musica leggera. O non sapevate forse che siamo tutti “figli delle stelle”?
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