Quando la scienza è donna

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Per molti secoli l’ accesso allo studio e alle professioni scientifiche è stato riservato quasi esclusivamente agli uomini. La medicina e la ricerca, in particolare, erano considerati ambiti elitari, e incompatibili con il ruolo tradizionale che la società attribuiva al genere femminile.
Eppure, tra la fine dell’ Ottocento e il Novecento, varie donne di straordinario valore sono riuscite a farsi strada tra queste barriere culturali, accendendo la speranza nelle nuove generazioni. Tra queste spiccano sicuramente Maria Montessori e Rita Levi Montalcini, due nomi indelebili nel campo della scienza italiana, che con grande determinazione e spirito di innovazione hanno saputo affrontare le critiche e i pregiudizi, contribuendo in modo decisivo al progresso del sapere. Seppur con sviluppi differenti, le loro vicende personali e professionali raccontano una storia di successo e affermazione, un vero inno di denuncia contro una mentalità chiusa e discriminatoria. Nata nel 1870 a Chiaravalle, nelle Marche, Maria Montessori fu tra le prime tre donne in Italia a laurearsi in medicina, dopo aver completato gli studi all’ università di Roma, nel 1896. Figlia di una famiglia borghese con ideologie risorgimentali, fin da giovane trovò nella madre Renilde e soprattutto nello zio, l’ abate Antonio Stoppani, un importante sostegno per seguire la sua vocazione scientifica e culturale, anche quando il padre, più tradizionalista, la voleva insegnante.

Il cuore delle ricerche dell’ aspirante medico riguardava l’ educazione infantile, in particolare il modo in cui i bambini, sin dalla più tenera età, apprendevano e reagivano ai diversi stimoli. Maria si dedicò ad osservare e analizzare i loro comportamenti, arrivando a comprendere che i bambini imparano meglio e più velocemente “da soli”, cioè quando si trovano sotto la supervisione di un adulto, ma sono liberi da qualsiasi imposizione. Da queste prime conclusioni ebbe inizio la sua assidua indagine sulla pedagogia, che la portò, nel 1909, ad aprire la prima“Casa dei Bambini”, nel quartiere di San Lorenzo. Qui i ragazzini potevano scegliere liberamente le attività, esplorare materiali sensoriali appositamente selezionati, e crescere tramite l’ esperienza diretta, sviluppando senso pratico, creatività e indipendenza.

Dopo anni di studi e di esperienze sul campo, Maria inizia ad elaborare il famoso “Metodo Montessori”, incentrato sull’idea che ogni bambino abbia un potenziale unico, che possa essere in grado di scoprire e valorizzare nel tempo in autonomia, svincolato da limiti e costrizioni. Un metodo educativo innovativo e rivoluzionario, di fama mondiale, che ancora oggi continua ad ispirare moltissime scuole di tutti gli ordini e grado. “Aiutami a fare da solo” ripeteva Maria Montessori, sottolineando l’ importanza di una crescita naturale del bambino, perché il genitore deve offrire gli strumenti ed assistere il figlio, ma non sostituirsi a lui. E proprio come la giovane pedagogista rivoluzionò il campo dell’ educazione infantile, un’altra donna, Rita Levi Montalcini, lasciò una sua impronta indelebile nel mondo della scienza, grazie alle proprie scoperte.

Cresciuta in una famiglia ebrea, nei primi anni del Novecento, Rita Levi Montalcini affrontò sin da piccola le difficoltà legate alla discriminazione di genere e razza. Nonostante le terribili imposizioni delle leggi razziali, che le impedivano di lavorare in università, la scienziata allestì un laboratorio nel suo stesso appartamento, mostrando una dedizione e un impegno sempre maggiori negli studi e nella ricerca scientifica. Frutto di questa appassionata indagine fu la scoperta del Fattore di Crescita nervoso (NGF), una proteina centrale nello sviluppo delle cellule, e nella prevenzione di varie malattie neurodegenerative. Il genio e il prezioso contributo scientifico di Rita Levi Montalcini vinsero, nel 1986, il Premio Nobel per la Medicina. “Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi”, così ci ammoniva la grande scienziata, con un vero invito al sapere, alla forza di volontà, a sfidare la comodità, un invito alla vita. Abbiamo dunque di fronte a noi due esempi di donne meravigliose, che non hanno ceduto all’ omologazione e si sono distinte, combattendo per ciò in cui credevano, e dimostrando che la scienza è un sapere condiviso, per il quale vale la pena battersi ogni giorno. Una fonte di ispirazione per tutte le giovani donne, perché, come gli uomini, non solo sanno stare al passo con i tempi, ma anche precorrerli.

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