TODI – L’Istituto Veralli Cortesi ci ha offerto un’occasione preziosa: incontrare due ospiti che, con grande disponibilità, hanno condiviso con noi le loro storie, i loro ricordi e i loro insegnamenti. Due vite diverse, ma unite da un filo comune: la passione, la dedizione e la forza con cui hanno affrontato il proprio cammino.
Attraverso le loro parole abbiamo potuto conoscere due mondi ricchi di esperienze, di emozioni e di valori che ancora oggi hanno molto da insegnarci.
Edemore Polidori, l’artigiano dell’oro e dei ricordi

Edemore Polidori, perugino, ci accoglie con un sorriso gentile e due occhi azzurri e brillanti che sembrano raccontare da soli un’intera vita. Occhi che si accendono mentre parla, e che a volte si velano di commozione quando affiorano i ricordi più cari.
Si è sposato giovane, con una ragazza che abitava vicino a lui, e a ventiquattro anni è diventato padre di Glauco, suo unico figlio. Con determinazione e passione ha deciso di mettersi in proprio, aprendo un negozio dove lavorava come orafo. Un mestiere antico, fatto di pazienza, precisione e amore per la bellezza. Era talmente bravo che alcuni dei suoi lavori vennero esposti in una mostra alla Rocca Paolina, uno dei luoghi più prestigiosi di Perugia.
Ha lavorato fino ai sessantasette anni, e definisce il suo mestiere “un lavoro gratificante”, perché ogni giorno gli permetteva di esprimere la propria creatività,di vedere la soddisfazione negli occhi dei clienti e conoscere molte persone.
La sua vita, però, non è stata fatta solo di lavoro. Edemore amava profondamente la natura e gli animali: allevava api, galline, conigli e piccioni, che accudiva con cura e affetto. E poi c’era la caccia, una delle sue più grandi passioni. I suoi racconti ci portano in Sicilia, in Sardegna e nella lontana Jugoslavia, dove partecipava alle battute con amici fidati.
Quando parla del suo cane da caccia, la voce si incrina. I suoi occhi azzurri si fanno lucidi, come se in quell’attimo rivedesse il compagno di tante avventure. «Era fedele, obbediente e protettivo», dice con emozione; ricorda ancora quando insieme andavano a caccia di pernici.
Oggi Edemore vive con serenità, circondato dai ricordi di una vita piena. Ai giovani di oggi lancia un messaggio schietto, come il suo carattere: «Bisogna fare le cose da soli. Oggi molti ragazzi non valgono nemmeno la metà di quelli di una volta, perché si aspettano che tutto arrivi facile. Invece bisogna rimboccarsi le maniche e costruirsi la propria strada».
Un consiglio semplice ma profondo, che racchiude tutta la saggezza di chi ha imparato che il vero valore sta nel saper creare qualcosa con le proprie mani e con la propria passione.
L’avventura di un ingegnere nel mondo: la vita di Marco, 18 anni (al contrario)

Marco ha ottantuno anni, scherzando ci dice diciotto, al contrario. E un uomo dallo sguardo vivace e dall’ironia sottile, qualità che conserva nonostante la vita lo abbia portato a conoscere esperienze intense, a volte dure, sempre segnate da una curiosità profonda per il mondo.
La sua è la storia di un ingegnere civile che ha costruito ponti, dighe, strade, ma anche legami con popoli e culture lontane. Il lavoro lo ha portato a viaggiare in cinquantadue Paesi, spinto dal desiderio di conoscere e di mettere le proprie competenze al servizio di progetti ambiziosi. Algeria, Iraq, Tunisia, Uganda e Congo nomi che pronuncia con naturalezza, come se fossero quartieri di una stessa grande città del suo vissuto.
In Uganda ha diretto i lavori su un importante progetto al Lago Vittoria, coordinando un gruppo di circa mille persone. Racconta quell’esperienza come una delle più impegnative, ma anche delle più formative, perché gli ha permesso di confrontarsi con culture differenti e con la complessità del lavoro in contesti difficili. Tra tutti i luoghi visitati, nel suo cuore sono rimaste soprattutto le Filippine, un Paese che ricorda con affetto per l’umanità e la gentilezza delle persone incontrate.
Non tutte le sue memorie, però, sono serene. Durante la guerra tra Iran e Iraq si trovava in Medio Oriente per motivi di lavoro e fu coinvolto in una situazione drammatica. Essendo il capo dei lavori, non riuscì a rimpatriare come gli altri. Fu trattenuto per cinque giorni, senza conoscere le ragioni di quella reclusione. Un’esperienza che ancora oggi descrive come agghiacciante: ricorda i pugni, le urla, lo spazio ridotto circa centocinquanta metri per duecento persone e la sensazione di soffocamento fisico e mentale. È un ricordo nitido e doloroso, che non ha mai del tutto abbandonato la sua memoria.
Nel corso della sua vita, Marco ha osservato da vicino le realtà di Paesi segnati dalla guerra. Ha notato come in quei contesti il lavoro fosse spesso portato avanti dalle donne, mentre gli uomini erano al fronte. Ammirava la loro forza, la capacità di sostenere famiglie e comunità in condizioni difficilissime.
Dopo anni di viaggi e progetti, la vita lo ha portato a rallentare. La malattia della moglie, poi la sua scomparsa, hanno segnato profondamente la sua esistenza. Dalla loro unione è nato un figlio, che gli ha dato due nipoti, e in seguito una figlia adottiva ha completato la famiglia.
Oggi Marco guarda al suo passato con lucidità e riconoscenza. È consapevole di aver vissuto esperienze che pochi possono raccontare: il lavoro in contesti estremi, la scoperta di culture lontane, la bellezza di un mondo tanto diverso eppure simile ovunque. Ritiene che viaggiare sia stata la parte più bella della sua vita, una scuola che gli ha insegnato più di qualsiasi Università.
Eppure, dopo aver visto tutto questo, il suo pensiero è chiaro: per lui l’Italia resta il Paese più bello del mondo. Ai giovani consiglia di studiare, di impegnarsi e di credere nel proprio futuro qui, «senza cercare altrove ciò che si può costruire a casa». Viaggiare, sì ma restare in Italia, perché è qui che, dice, «c’è tutto ciò che serve per vivere bene».
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