I disturbi alimentari, un’emergenza silenziosa che parla sempre prima

Intervista alla prof.ssa Laura Dalla Ragione

TODI- I disturbi del comportamento alimentare stanno cambiando, diventando più precoci, più diffusi e più complessi. Per capire meglio cosa sta accadendo nel panorama nazionale e regionale, abbiamo intervistato la professoressa Laura Dalla Ragione, psichiatra e fondatrice della rete dei servizi per i disturbi alimentari della USL 1 dell’Umbria.

Nell’ambiente del Convento di Montesanto, dove era in corso un seminario di pedagogia genitoriale, “La giusta distanza dell’amore”, che ha visto anche la presenza della giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, la specialista è stata disponibile a parlare con noi per illustrarci come stanno evolvendo le patologie, quali sono le difficoltà dei pazienti, cosa può fare la scuola e perché la famiglia – oggi più che mai – deve essere considerata parte della cura.

Qual è la situazione attuale dei disturbi alimentari in Umbria e in Italia? I casi sono in aumento?

Sì, i casi sono in aumento. L’ultima rilevazione del Ministero ha mostrato che in Italia ci sono tre milioni di persone con un disturbo alimentare e il 30% di loro ha meno di 14 anni. L’età d’esordio si è abbassata moltissimo: oggi vediamo bambini di otto, nove, dieci anni che si ammalano.

Un altro dato in crescita riguarda i ragazzi: i maschi rappresentano il 20% nella fascia 12–17 anni. Solo dieci anni fa erano l’1%. È un cambiamento enorme.

Anche la patologia dominante è cambiata: non è più l’anoressia nervosa a prevalere, ma la bulimia e il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Sono disturbi legati più all’impulsività che all’ipercontrollo.

E poi stanno emergendo nuove forme: l’ortoressia (ossessione del mangiare sano), la drunkoressia (astensione dal cibo finalizzata a bilanciare la grande quantità di calorie assunta attraverso un consumo sistematico di alcolici ), la vigoressia (ossessione per la massa muscolare). Tutte espressioni del disagio contemporaneo, che oggi passa spesso attraverso il corpo e l’alimentazione.

Che ruolo ha la famiglia nel percorso di cura?

La famiglia oggi è un’alleata fondamentale. Negli anni ’70 era stigmatizzata, considerata persino responsabile della malattia. Oggi sappiamo che è il contrario: quando si ammala una ragazza o un ragazzo, si ammala l’intera famiglia, e tutti hanno bisogno di supporto.

Per questo la famiglia viene inclusa nella terapia. Non potremmo più immaginare un percorso senza di loro: se il paziente migliora, ma la famiglia resta com’era, il disturbo tende a ripresentarsi.

Il lavoro terapeutico quindi coinvolge sia la persona malata sia i suoi familiari, perché solo così la guarigione può essere stabile.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra un paziente nel chiedere aiuto?

La difficoltà principale è che i disturbi alimentari sono egosintonici, cioè non vengono percepiti come un problema. A questo si aggiunge la dispercezione corporea: ragazze e ragazzi si vedono obesi anche quando sono gravemente sottopeso.

Per questo spesso non accettano l’idea di aumentare di peso, né riconoscono di essere malati. Una parte importante della terapia iniziale riguarda proprio la motivazione: quando una persona decide di curarsi, è già guarita a metà.

Purtroppo, chi rifiuta le cure è anche chi rischia di più: in Italia più di tremila persone muoiono ogni anno per cause correlate ai disturbi alimentari, spesso perché non sono mai arrivate a un percorso di cura. Le ragioni sono due: il rifiuto della terapia e l’assenza di strutture sul territorio. La metà delle regioni italiane, infatti, non dispone di servizi adeguati.

Quanto pesa lo stigma sociale sui disturbi alimentari?

Lo stigma pesa moltissimo, perché nasce da uno stigma ancora più forte: quello sull’obesità e sull’idea di un corpo perfetto. Viviamo in una società che propone un modello irraggiungibile, spesso irreale, amplificato dai social.

Se non sei come quel corpo lì, vieni giudicata – e ti giudichi – male. Questo accade pubblicamente: basti pensare a quanto si commenti il corpo di attrici, cantanti o personaggi TV. Anche in programmi molto seguiti, come “Amici”, il corpo è spesso oggetto di osservazioni costanti.

Questo clima è molto dannoso, soprattutto per le ragazze più giovani.

Come funziona la rete dei servizi per i disturbi alimentari in Umbria? Quali servizi offre?

In Umbria abbiamo una rete molto completa, composta da quattro centri:

  1. Palazzo Francisci (Todi) – struttura residenziale che accoglie soprattutto minorenni.
  2. Nido della Rondine (Todi) – centro diurno aperto dal lunedì al sabato, per ragazze e giovani adulte.
  3. Centro per obesità e binge eating (Città della Pieve) – dedicato ai disturbi da alimentazione incontrollata.
  4. Centro di Umbertide – specializzato nei bambini molto piccoli, nei disturbi selettivi dell’alimentazione e nel nuovo disturbo ARFID.

In Umbria lavoriamo in stretta collaborazione con medici di base e pediatri, che inviano le pazienti precocemente. Ed è un fattore fondamentale: prima si cura, migliore è la prognosi.

Tutti i servizi sono pubblici e completamente gratuiti. La rete è nata a Todi nel 2003: due anni fa abbiamo celebrato il ventennale della prima struttura pubblica italiana dedicata esclusivamente ai disturbi alimentari.

Cosa si può fare nelle scuole per una vera prevenzione?

Nelle scuole si può fare molto, ma bisogna sapere cosa NON fare: non si fa informazione diretta sui disturbi alimentari. Parlare di anoressia o bulimia davanti ai ragazzi, raccontando i sintomi, provoca l’effetto contrario: l’anno dopo aumentano i casi.

L’informazione va fatta agli insegnanti e ai genitori. Con i ragazzi bisogna lavorare sui fattori di rischio e quindi sui fattori protettivi: autostima, immagine corporea, gestione delle emozioni e riconoscimento del proprio valore. Questo è prevenire davvero.

Esiste un numero verde nazionale a cui rivolgersi?

È il numero verde nazionale della Presidenza del Consiglio, gestito da noi a Todi: 800 180 969
SOS Disturbi Alimentari

Risponde sei giorni su sette, offre informazioni sui disturbi e indica il centro più vicino in tutta Italia.

Possiamo quindi asserire che i disturbi alimentari parlano del nostro tempo: parlano dei corpi, delle emozioni, del bisogno di controllo o del suo opposto. Ma soprattutto parlano di persone che spesso si sentono sole. Il lavùoro della rete dell’Umbria – pubblico, gratuito, accessibile – mostra che un’altra strada esiste: una strada fatta di cura, di ascolto, di comunità. E, come ricorda la professoressa Dalla Ragione, la guarigione inizia sempre da un gesto semplice ma decisivo: chiedere aiuto.

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