Nato a Bucarest nel 1941, figlio di un diplomatico, l’ambasciatore Guido Lenzi ha vissuto all’estero gran parte della sua giovinezza ed è entrato nella carriera diplomatica nel 1964. Dalla sua prima esperienza ad Algeri nel 1968, è stato tra i molti incarichi console a Losanna, consigliere politico a Londra, primo consigliere a Mosca, consigliere diplomatico del Ministro della Difesa Zanone, alla Rappresentanza italiana all’ONU, vice capo di gabinetto del Ministro degli Esteri Andreatta, consigliere del Presidente del Senato, direttore dell’Istituto di Studi Europeo per la Sicurezza a Parigi, rappresentante permanente d’Italia presso l’OSCE a Vienna, consigliere diplomatico dei Ministri dell’Interno Pisanu e Amato. In pensione dal 2008, ha poi insegnato nelle Università di Aosta e di Bologna, continua attivamente a scrivere e a interessarsi di politica estera, istituzioni internazionali e multilateralismo. Ha curato per Rubbettino le memorie degli ambasciatori Roberto Ducci ed Enrico Guastone Belcredi e per lo stesso editore ha scritto “Internazionalismo liberale. Attori e scenari del mondo globale” e “La diplomazia. Passato, presente e futuro”. Vive tra Roma e Todi, dove lo incontriamo per un’affascinante conversazione sul lavoro di diplomatico e sul ruolo della diplomazia.
Perché ha scelto di intraprendere la carriera diplomatica? Le aspettative che aveva da ragazzo sono state soddisfatte?
Io sono figlio di un diplomatico, ma di un diplomatico economico, non politico, una distinzione che oggi non esiste più. Proprio grazie alla professione di mio padre, che teneva molto a portare la sua famiglia con sé nei luoghi dei suoi incarichi, sono nato, vissuto e cresciuto all’estero. Sono nato a Bucarest, proprio durante la seconda guerra mondiale, quando le bombe cadevano sulla città. Una bomba cadde anche nel giardino della nostra casa, per miracolo senza esplodere. Ricordo di aver frequentato la prima e la seconda elementare in italiano, ma successivamente ho studiato soprattutto in scuole francesi, molte più diffuse all’estero rispetto alle nostre. Ho vissuto anche in Giappone, dove ho conseguito la licenza liceale americana e ho frequentato per due anni l’Università giapponese per stranieri a Tokyo. Tornato in Italia, mi sono laureato a Firenze. Scelsi la professione diplomatica perché era una professione di cui conoscevo sia gli aspetti positivi sia quelli negativi, non era per me un completo salto nel vuoto. Proprio per questo decisi di non seguire il desiderio di mio padre, che avrebbe voluto vedermi magistrato, ma, a sei mesi dalla laurea, tentai il concorso per la carriera diplomatica e andò subito bene. Non ho avuto neanche il tempo per dei ripensamenti, la mia carriera ha seguito uno svolgimento completamente naturale e ha corrisposto pienamente alle mie aspettative, anche perché fin da giovane avevo maturato una mentalità adatta alla diplomazia. Da quel momento è iniziato un lungo percorso che mi ha portato a svolgere incarichi in vari ambiti della diplomazia. Con il tempo sono diventato uno dei pochi diplomatici italiani che si è occupato sistematicamente e continuativamente dei rapporti multilaterali, ovvero delle organizzazioni internazionali, con un taglio specialmente Est-Ovest. Ho avuto infatti incarichi nell’Unione Europea, nella NATO e nelle Nazioni Unite. Mi sono anche occupato della politica estera europea quando l’Unione Europea era ancora Comunità Europea.
Il suo primo incarico all’estero è stato in Algeria, da poco uscita dalla guerra di indipendenza vinta contro la Francia. Qual è stato l’impatto con una sede così difficile e delicata per la nostra politica estera? L’Italia sembra aver perso importanza nel Mediterraneo rispetto a quegli anni, come potrebbe recuperarla?
Capitai in Algeria nel 1968 un po’ per caso, infatti mi erano state proposte varie sedi che rifiutai, sia per ragioni personali sia familiari; avevo due figli piccoli, e per me era fondamentale tenerli vicino, come aveva fatto mio padre con noi. Non volevo lasciare la famiglia in Italia, come invece fanno molti colleghi. Così, quando si presentò l’opportunità dell’Algeria, accettai immediatamente. Mi sembrava una sede molto interessante: un Paese vicino, francofono (quindi con nessuna barriera linguistica), e in un momento storico cruciale, segnato dalla recente indipendenza, dal terzomondismo e dai profondi equilibri geopolitici della guerra fredda. Il presidente Houari Boumédiène guidava il Paese in una fase di costruzione e crescita. Diplomaticamente, Algeri era una sede molto complessa e interessante. La Francia aveva dominato il Paese per 132 anni, e ancora manteneva una forte influenza, non sempre trasparente, che si sentiva eccome. Per me fu un’esperienza estremamente formativa. L’ambasciata italiana era piccola, c’era solo l’ambasciatore, il suo vice e io. Voleva dire cercare personalmente le informazioni, nessuno ti portava le cose sul tavolo. Ricordo in particolare un episodio della mia esperienza ad Algeri: si vociferava che i sovietici avessero trasformato la base navale di Mers-el-Kébir in un avamposto militare. Presi la macchina, guidai per 400 chilometri fino a lì, salii su una collina con la macchina fotografica e verificai di persona: non c’era assolutamente nulla. È un esempio semplice, ma fa capire quanto fosse importante essere sul campo, cercare le informazioni in prima persona. È in Algeria che ho cominciato a entrare in profondità nelle dinamiche del Mediterraneo e del Terzo mondo, anche se poi la mia carriera si è concentrata sui rapporti Est-Ovest e sul multilateralismo. La presenza italiana nel Mediterraneo è una questione che continuo a considerare fondamentale. L’Italia ha una posizione geografica e storica che la rende naturalmente inserita in quest’area, ma non ha davvero sviluppato una politica mediterranea strutturata. Anzi, spesso è stata assente o distratta. Eppure in paesi come Algeria, Tunisia o Marocco, veniamo percepiti con meno diffidenza rispetto a francesi e britannici, proprio perché non abbiamo avuto lo stesso tipo di storia coloniale. Questo è un vantaggio che raramente abbiamo saputo sfruttare. E questo vale anche per l’America Latina, dove siamo visti positivamente e dove c’è una forte presenza italiana, ma manchiamo di iniziativa. L’Italia storicamente si è sempre mossa negli “interstizi” della politica internazionale: non imponendosi, ma cercando spazio tra le grandi potenze. Il problema è che oggi non basta più. Serve una visione chiara e un interesse nazionale definito, come quello che hanno paesi come la Francia o il Regno Unito.

Manifesto di propaganda araba raffigurante il presidente algerino Ahmed Ben Bella e Gamal Abd el-Nasser, presidente della Repubblica Araba Unita, in occasione del secondo vertice del Movimento dei paesi non allineati (1964)
Mosca è stata una delle tappe più significative della sua carriera, come descriverebbe l’atmosfera che vi si viveva durante il suo incarico? Come sono evoluti i rapporti tra Italia e Russia da allora?
Sono arrivato a Mosca nel 1980, cinque anni dopo l’Atto finale di Helsinki della Conferenza sulla sicurezza e cooperazione in Europa. Quell’accordo fu un tentativo, anche da parte dell’Unione Sovietica, di aprire forme di cooperazione in Europa. Era un documento dal valore più politico che legale, contenente norme di comportamento. Un po’ come l’Atto finale del Congresso di Vienna nel 1815, si registrarono le rispettive intenzioni e si provò a sistemare gli equilibri. Io arrivai subito dopo le Olimpiadi di Mosca e ci rimasi per tre anni. Posso dire senza esitazione che Mosca è la sede che ricordo ancora con maggiore entusiasmo. E non perché fosse facile, anzi. È stata una grande sfida e ogni informazione ottenuta, ogni piccolo passo avanti nella comprensione del sistema sovietico, era una conquista. Ho viaggiato moltissimo, più di tutti i miei colleghi dell’Ambasciata messi insieme, perché mi interessava vedere con i miei occhi l’URSS. Con la famiglia quando possibile, da solo quando necessario. Sono stato nei paesi baltici, in Georgia, Armenia, Uzbekistan, fino al Tajikistan, al confine con l’Afghanistan, dove vidi con i miei occhi i cimiteri pieni di sepolture recenti di soldati sovietici morti nella guerra in Afghanistan. Infatti quando arrivai a Mosca l’invasione sovietica dell’Afghanistan era da poco iniziata e non si osava riportare i morti russi a casa, per paura delle reazioni delle famiglie. Alcuni viaggi erano autorizzati, altri no. Per esempio, a Vorkuta non mi permisero mai di andare. In compenso, presi una volta la Transiberiana fino a Pechino. Non tanto per Pechino, ma per vedere la Siberia, per capire cosa c’era davvero lungo quei chilometri infiniti. In quegli anni, l’Italia godeva di una considerazione speciale nell’URSS, non eravamo visti con sospetto come altri Paesi occidentali. La nostra politica interna, dal PCI alla collaborazione industriale (con la nascita di Togliattigrad), ci rendeva interlocutori più accettabili. Tanto che quando lasciai Mosca, il viceministro degli Esteri mi invitò per un saluto. Aprendo una bottiglia di champagne, volle rendere omaggio ad un diplomatico occidentale, apprezzando il rispetto che avevo dimostrato per l’URSS nel mio tentativo di comprendere nel profondo il paese. In passato avevamo con la Russia un rapporto di fiducia, una simpatia reciproca. Ma con la guerra in Ucraina tutto si è congelato. Non si tratta di una rottura definitiva, ma di una sospensione forzata. L’Italia, pur avendo storicamente un atteggiamento comprensivo, non può più permettersi ambiguità. La fase attuale non è più una guerra fredda, ma una guerra calda. Con una guerra in corso, certe sfumature diplomatiche non sono più tollerabili e finché questa fase non si chiuderà sarà difficile tornare a costruire un dialogo vero. Ho sempre considerato la Russia parte dell’Europa: la letteratura, la musica russa, fanno parte anche della mia formazione. Ma quella cultura che noi apprezziamo è solo una superficie sottile, sopra un Paese immenso, informe, difficile da governare democraticamente. Capisco che Putin sia preoccupato dall’avvicinamento dell’Ucraina all’Europa per il rischio di una contaminazione sociale: valori, libertà personali, benessere. Questo non giustifica l’aggressione brutale contro l’Ucraina, i bombardamenti contro civili, scuole, ospedali. E da diplomatico, da analista, da europeo, non posso che considerarlo inaccettabile.

Beniamino Andreatta è stato una figura politica di grande rilievo, noto per il suo rigore e la sua visione europeista. Com’era lavorare al suo fianco alla Farnesina e cosa crede penserebbe dell’Europa di oggi?
Lavorare con Beniamino Andreatta è stata per me un’esperienza fondamentale, un vero esempio. Era una figura straordinaria che non veniva dai ranghi della Democrazia Cristiana ma era un economista, un accademico. Aveva fondato anche un centro studi, che io frequentavo. Fu proprio lì che mi notò e, più tardi, quando ero a New York, mi chiamò per tornare a lavorare con lui come vice capo di gabinetto. Alla Farnesina cercava qualcuno che non fosse espressione della macchina burocratica ministeriale. Voleva una visione esterna, nuova, magari anche un po’ ingenua, ma libera da interessi di partito o logiche interne. E io, giovane funzionario liberale, senza legami politici forti, corrispondevo a quel profilo. Andreatta ascoltava tutti, era molto aperto, ma poi decideva sulla base del suo giudizio autonomo, delle sue valutazioni personali. Era arrivato agli Esteri in un momento difficile, con la necessità di ridurre la spesa pubblica. Aveva già ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio, e quando divenne Ministro degli Esteri, applicò rigidamente la stessa logica: fare politica estera ma senza sprecare soldi. Ricordo che una volta l’ambasciatore in Ucraina ci propose di acquistare un bel palazzo per l’ambasciata, ma lui bocciò l’idea e scelse una sede più modesta. Spesso mi capitava di rimanere fino a tardi in ufficio e alle dieci di sera Andreatta mi proponeva di cenare con lui. Cenavamo parlando della Russia, dell’America; Andreatta aveva bisogno di mettere alla prova le sue intuizioni con qualcuno che non fosse un burocrate, ma un appassionato della politica estera. Con lui ho lavorato su molti dossier complessi: la Somalia, la Bosnia e le guerre in ex Jugoslavia. Era un importante momento storico di transizione. Sulla Somalia proposi ad Andreatta di parlare a tu per tu con il Segretario Generale dell’ONU, perché il dialogo fosse franco, senza testimoni.
Andreatta era un europeista convinto, ma non ideologico. Aveva ben chiaro che l’Europa, già allora, era un’entità economicamente integrata, e in parte anche socialmente. Ma mancava, e purtroppo ancora oggi manca, una vera unità politica. Parlava spesso della necessità di dare all’Europa una politica estera comune, una difesa condivisa, una strategia di sicurezza. Tutte queste dimensioni non si possono imporre dall’alto, ma vanno costruite gradualmente, pezzo per pezzo, adattandole alle circostanze e ai momenti storici. Questo era lo stile di Andreatta: un politico che si interrogava, che cercava risposte, che metteva continuamente alla prova le proprie convinzioni confrontandosi con chi aveva esperienza sul campo.

Si parla spesso della necessità di riformare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Già Andreatta, in veste di Ministro degli Esteri del governo Ciampi, aveva cercato di aumentarne la consistenza mediante l’inclusione di membri semi-permanenti in un momento storico segnato dalle guerre nell’ex Jugoslavia, dal collasso della Somalia e soprattutto dalla fine della guerra fredda. Da diplomatico che ha vissuto le dinamiche interne dell’ONU crede che una riforma sia possibile?
Su questo tema ho un’idea piuttosto chiara, frutto della mia esperienza diretta e di lunghe riflessioni personali. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, così com’è stato concepito, nasce nel contesto specifico della fine della seconda guerra mondiale, a Jalta. Dai verbali della conferenza di Jalta risulta che Roosevelt, per assicurarsi la collaborazione dei sovietici nella gestione del dopoguerra, propose la creazione di un organo ristretto con responsabilità concrete. Il Consiglio di sicurezza fu creato inserendo gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Russia e la Cina. La loro inclusione rispondeva a scelte strategiche e politiche ben precise. La Francia, ad esempio, fu considerata essenziale per ristabilire la ricostruzione politica continentale. Il Regno Unito fu premiato per la sua caparbia resistenza bellica. Anche la Russia fu inclusa con una funzione specifica: affidandole in qualche modo il compito di “stabilizzare” l’Europa orientale, chiedendo in particolare garanzie sulla questione polacca. La speranza era che Mosca collaborasse dentro un sistema multilaterale. La presenza della Cina, invece, aveva un’altra logica: non aveva avuto ruoli storici nella politica mondiale ed era anche stata sostenuta dagli Stati Uniti che l’avevano liberata dall’occupazione giapponese. L’idea era quella di corresponsabilizzare una Cina ancora fragile, quella di Chiang Kai-shek, nella gestione del nuovo ordine internazionale. Questi cinque paesi – almeno due dei quali, Francia e Cina, paradossalmente non vincitori nel senso militare del termine – furono scelti non per un principio astratto di rappresentanza, ma perché dovevano farsi carico della governance globale, intesa come capacità di gestire e ricostruire un sistema di cooperazione internazionale stabile e liberale. Oggi si parla spesso di riforma, e si invoca una maggiore rappresentatività, si propone quindi di includere paesi come il Brasile (e l’Argentina?), l’India (e il Pakistan?), il Giappone (e la Corea?) o il Sud Africa (e la Nigeria?). Un allargamento eccessivo rischia piuttosto di rendere il Consiglio meno funzionale. Ogni nuovo attore porta con sé tensioni regionali e logiche diverse, rendendo più difficile il raggiungimento di decisioni efficaci. Vi faccio un esempio significativo: qualche anno dopo che avevo lasciato la mia posizione a New York, i paesi arabi proposero la candidatura dell’Arabia Saudita a un seggio non permanente. All’ultimo momento, però, re Salman rinunciò, dimostrando di non voler assumere la responsabilità di rappresentare il mondo arabo. Questo episodio dimostra che non si tratta di semplice rappresentanza, ma di farsi carico delle responsabilità che l’appartenenza al Consiglio comporta. Proprio per questo, già Beniamino Andreatta propose una riforma intermedia: l’idea era di introdurre dei nuovi membri semi-permanenti, che non alterassero l’equilibrio dei membri con diritto di veto ma aumentassero la cassa di risonanza del Consiglio.
L’ambasciatore Pietro Quaroni affermava che l’arte diplomatica non è tanto nel negoziato quanto nel capire il momento in cui negoziare. Pensa che il negoziato che l’Amministrazione statunitense ha fretta di chiudere con la Russia possa portare alla pace in Ucraina?
Quaroni è stato un grandissimo diplomatico, uno di quelli che diceva le cose come stavano, anche quando erano scomode, come dimostra la sua esperienza a Mosca e i conseguenti suoi suggerimenti a De Gasperi. Ma venendo all’attualità, il negoziato che l’amministrazione statunitense sembra voler accelerare con la Russia difficilmente porterà, da solo, a una pace vera in Ucraina. Come può Putin uscire dalla trappola in cui si è infilato? Ha annesso formalmente dei territori, dalla Crimea al Donbass, a Zaporizhzhia e Kherson. E ora, come “disannettere” qualcosa che è stato integrato nella Federazione Russa? Un accordo bilaterale USA-Russia potrà al massimo fermare i bombardamenti ma non ricostruire la pace. La soluzione più realistica al momento è arrivare a un congelamento del conflitto, simile a quanto avvenuto in passato in altre situazioni, che poi ha portato alla divisione della Germania, della Corea, del Vietnam, o di Cipro.
Ma il vero problema va oltre l’Ucraina. La Russia, con questa guerra, ha disintegrato l’ordinamento internazionale europeo. Non parlo di “ordine”, che implicherebbe un sistema rigido, gerarchico, ma di “ordinamento”, inteso come un ordito, un intreccio di relazioni e regole comuni, proprio come un tessuto. Questo ordito era stato costruito con gli Accordi di Helsinki, che non erano un trattato giuridico vincolante, ma un codice di comportamento condiviso, basato sul rispetto reciproco, sulla sovranità, sull’integrità territoriale, sulla cooperazione. Ed è proprio questo che oggi manca, e che andrebbe ricostruito con urgenza. Un semplice contratto tra Stati, come quello che spesso propone Donald Trump, non basta: serve ricostruire un sistema di relazioni basato sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca. Il problema è che la Russia non vuole negoziare con l’Europa. Tuttavia, senza l’Europa non si può ricomporre l’ordinamento europeo. Gli Stati Uniti possono facilitare un cessate il fuoco, ma la vera stabilità passa attraverso un nuovo processo in stile Helsinki, che coinvolga tutti. Un negoziato bilaterale non è sufficiente. Serve una visione più ampia, una ricostruzione paziente dell’architettura della sicurezza europea, già esistita e ora profondamente compromessa.

La tragica vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nel 2021 in un agguato nella Repubblica Democratica del Congo, fa riflettere sullo stato attuale della diplomazia italiana. Attanasio era infatti l’unico diplomatico nella sede di Kinshasa e il suo non è un caso isolato: nel mondo un’ambasciata italiana su quattro ha un solo diplomatico in organico, la metà conta soltanto due funzionari. Lei stesso raccontando la sua esperienza a Mosca ha ricordato come in piena guerra fredda foste solo quattro diplomatici italiani contro i mezzi ben diversi di cui disponevano altre ambasciate occidentali come quella francese, britannica o statunitense. Lo Stato investe risorse sufficienti nella nostra proiezione internazionale in un momento così delicato? I maggiori investimenti in difesa che si prospettano saranno accompagnati da una maggiore attenzione alla rete diplomatica del Paese?
Il numero di diplomatici nelle varie sedi è certamente importante, perché consente di coprire più ambiti e settori. A Mosca, per esempio, ero l’unico che si occupava della politica estera russa; in confronto, gli americani disponevano di una decina di analisti. Quindi sì, un diplomatico in più in certe sedi può essere certamente utile, ma non basta. Come dici giustamente, la questione riguarda l’investimento generale dello Stato nella propria politica estera, non solo il numero di funzionari. Non basta mandare più persone o stanziare più fondi, serve sapere cosa si vuole fare, dove si vuole andare, paese per paese. Ci sono sedi dove due diplomatici sono più che sufficienti, e altre dove ce ne vorrebbero dieci. Tutto dipende dalla posta in gioco e dalla corrispondente presenza italiana. In certi Paesi, la Francia o il Regno Unito possono permettersi di mantenere missioni corpose perché hanno interessi forti e una strategia storicamente radicata. Noi no. E quando non abbiamo una presenza consolidata, non possiamo pensare di recuperare semplicemente mandando più diplomatici. Dobbiamo costruire relazioni, alleanze, e per farlo serve tempo, continuità, e visione. L’Italia parte già da una posizione molto favorevole: è percepita come un attore disinteressato, non minaccioso, capace di dialogare con tutti. La nostra diplomazia ha potenziale, ma manca di coerenza e direzione, siamo spesso in balìa delle dinamiche internazionali. A mio parere, prima ancora di rafforzare la rete estera, dovremmo creare collegamenti tra Parlamento, università, think tank, giornalisti. Serve costruire una cultura politica condivisa sulle relazioni internazionali. Troppe volte le opinioni espresse in TV o in Parlamento non hanno basi solide.
Cosa consiglierebbe a un liceale che sognasse di diventare un diplomatico?
Incoraggerei vivamente tutti i ragazzi che sono interessati ai rapporti internazionali a tentare il concorso diplomatico. Non è un concorso difficile, chiaramente occorre essere preparati, ma posso assicurarvi che tra i migliaia di candidati che ogni anno tentano il concorso, solo 150 sono veramente preparati, anche mentalmente, alla carriera diplomatica. I posti disponibili variano generalmente tra i 30 e i 50, quindi la concorrenza effettiva, quella veramente qualificata, non è proibitiva. Inoltre vi posso assicurare che non è neanche, come spesso si pensa, un concorso riservato ai “figli di papà”. Il mio caso non fa testo, ma vi assicuro che oggi tra i vincitori del concorso sono pochissimi quelli che provengono da famiglie con precedenti nella diplomazia. Quindi a chiunque voglia intraprendere questa professione suggerisco fin da subito di allenare lo sguardo sul mondo. Seguite l’attualità con attenzione, ascoltate la radio, leggete ogni giorno i giornali, ma non limitatevi alla stampa italiana: è fondamentale confrontarsi anche con testate straniere per sviluppare una visione più ampia e articolata. Allo stesso tempo, è essenziale conoscere bene anche la politica interna del proprio Paese, all’estero sarete chiamati a rappresentarla. Curate poi con attenzione lo studio delle lingue straniere, è importante conoscere bene l’inglese e una seconda lingua a scelta tra francese, tedesco o spagnolo. E non trascurate neanche la scrittura: saper esprimere con chiarezza e precisione il proprio pensiero è una competenza chiave per chi aspira a diventare diplomatico.
Certo, la carriera diplomatica è impegnativa, anche sul piano personale. Quando sei un diplomatico ti devi rendere conto che gran parte dipende da te. Le istruzioni del governo sono di carattere generale, quindi trovare il modo e il momento in cui eseguirle, dipende esclusivamente da te. La diplomazia richiede ispirazione ma soprattutto traspirazione, molto spesso ti devi spremere il cervello per capire bene la situazione e, anche così, non sempre si ottiene ciò che si vorrebbe. È una carriera faticosa e impegnativa perché il diplomatico non è un semplice burocrate, un operaio in una catena di montaggio, ma è piuttosto un artigiano e a volte un’artista che dà forma all’immagine che vuole trasmettere di sé stesso e del proprio paese. Per questo è una carriera esaltante dal punto di vista personale, a volte anche frustrante ma estremamente motivante.
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