Annamaria Baccarelli torna al “suo” Liceo” per incontrare Sottob@nco
I SOCIAL IN PARLAMENTO

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TODI – Sabato 2 febbraio è stata la volta di Annamaria Baccarelli. Giornalista RAI ed ex allieva del liceo “Jacopone da Todi”, ha incontrato la redazione del giornale online di Istituto ”Sottob@nco” ed altri ospiti presenti nell’Aula Magna del liceo per parlare di informazione parlamentare tra social e all news.

La giornalista, laureata in lettere classiche, con un master in giornalismo radiotelevisivo, è in RAI dal 1997, è cronista parlamentare dal 2001, caporedattrice della redazione istituzionale di RAI Parlamento dal 2013 e, attualmente, anche cronista d’aula per la RAI durante le trasmissioni di elezione, giuramento, insediamento del Capo dello Stato e fiducia al Governo, trasmesse su tutte le reti generaliste. Conduce anche tribune parlamentari e referendarie e in passato si è occupata di reportage e inchieste giornalistiche sui principali temi di politica internazionale riguardanti soprattutto il nord Africa e il medio Oriente.

La dottoressa Baccarelli nell’Aula Magna del liceo.

L’incontro, concepito più come un laboratorio che come una lezione, è stato un momento di dialogo con il pubblico giovanile durante il quale la giornalista ha parlato, in particolare, di come l’irruzione dei social abbia modificato le modalità dell’informazione, compresa quella  riguardante il Parlamento. La Baccarelli ha dato inizio all’incontro fornendo la definizione di informazione parlamentare che poteva essere così formulata all’inizio della sua carriera: «Quando cominciai questo mestiere – ha spiegato la giornalista – c’erano i primi computer, ma si scriveva ancora con le macchine da scrivere, la TV era considerato il mezzo più moderno e       veloce di comunicazione,  pur usando ancora la tecnologia che proveniva dal cinema. L’aspetto fondamentale dell’informazione, circa 30 anni fa, era la mancanza di immediatezza, di contemporaneità e c’era quindi tutta una procedura per cui le cose non avvenivano e non erano comunicate in tempo reale come adesso. Allora, alla domanda cosa fosse l’informazione parlamentare, si poteva rispondere che essa era la comunicazione dell’attività del Parlamento, dove la fonte era chiaro che fosse il Parlamento e il mezzo per esprimere le informazioni su questa fonte erano carta stampata, radio e TV. C’era anche a quei tempi la possibilità di una comunicazione in diretta dell’evento, ma si faceva solo per i grandi eventi».

Annamaria Baccarelli ha poi spiegato che possiamo cominciare a parlare di informazione parlamentare solo con la nascita del primo Parlamento Italiano e a dimostrazione di ciò esiste una deliberazione del 1856 del Parlamento Subalpino, trovata nel 1950 negli archivi storici di Montecitorio dal giornalista Gino Pallotta, dove  lo stesso Parlamento, per la prima volta, dava l’incarico di raccogliere tutti gli scritti riguardanti le attività svolte dal Parlamento di Torino ad un gruppo di giornalisti, detti resocontisti e informatori che già scrivevano per alcune riviste dell’epoca fra cui “Armonia”, “Concordia”, “Costituzionale” e la  “Gazzetta di Milano”.

È dunque forse solo dal 1856, come ha continuato a spiegare la dottoressa Baccarelli, che un gruppo di giornalisti comincia a scrivere riguardo le attività del Parlamento e che si inizia a delineare la specificità di questo tipo di informazione, talmente specifica che nasce la figura del corrispondente parlamentare. Il giornalismo parlamentare, inoltre, secondo l’opinione di Pallotta riferita dalla Baccarelli, costituisce la forma più moderna di giornalismo, l’ultima a sorgere in ordine di tempo e la più «intimamente legata all’esistenza delle assemblee rappresentative». Dalla data di quell’atto, però, come ha dichiarato sempre la giornalista, sono cambiate molte cose e quell’ “intimamente legato alle istituzioni rappresentative moderne”, che è la caratteristica fondante dell’informazione parlamentare, è diventato  anche il suo limite: «Quando ho iniziato da professionista questo lavoro – ha raccontato la giornalista – c’era l’aulista, ossia l’informatore parlamentare che passava intere giornate in aula con le cuffie per seguire le sedute e alla fine della giornata faceva il suo pezzo per il TG Parlamento sui lavori d’aula. Poi c’era colui che veniva incaricato di seguire le Commissioni e questo era un mestiere più complesso che richiedeva conoscenze più specifiche e settoriali e anche un lavoro di indagine. In questa fase del giornalismo parlamentare non vi era la contemporaneità e tutto prescindeva dal commento del politico. Anche allora l’informazione aveva delle fonti, le quali venivano in qualche modo filtrate da una serie di competenze dell’aulista e dell’addetto alle Commissioni, ma c’era una grande divaricazione tra l’informazione parlamentare e quella politica che oggi non c’è più. Oggi  non esiste più la figura dell’informatore parlamentare che allora era considerata una specificità connotante. Le fonti sono sempre le stesse, ossia Camera e Senato, ma esse hanno dei siti dietro ai quali vi sono tante competenze, c’è tutto quello che accade in aula e nelle Commissioni  in tempo reale, ma il problema di questa ricchezza di informazione si intreccia con il dibattito politico che accompagna poi l’attività del Parlamento. Anche se ora basterebbe andare sul sito della Camera e del Senato per trovare tutto, secondo me, quando le notizie diventano politiche bisognerebbe avere gli strumenti per capire come ci si arriva alla polemica politica, perché magari potremmo decidere che non ci interessa quello che dicono i politici e vogliamo farci un’opinione nostra per una maggiore consapevolezza. Per questi motivi forse la famosa competenza parlamentare esaminata all’ inizio ha ancora ragione di essere».

La redazione di Sottob@nco con Anna Maria Baccarelli

La dottoressa Baccarelli, in seguito, ha mostrato ai ragazzi qualche minuto della diretta  Senato della notte del 22 dicembre proprio per far comprendere loro quanto sia importante la competenza quando al telegiornale arriva solo la polemica politica. Nella suddetta diretta la giornalista doveva raccontare tutto quello che era successo nelle ultime ore riguardo la legge di bilancio, ma le immagini non si potevano vedere perché non si possono tenere telefonini in Camera e ha potuto gestire una notizia politica, ricevuta pochi minuti prima di andare in onda, solo grazie alla sua competenza parlamentare. Attualmente, come ha spiegato la giornalista, c’è una molteplicità di fonti, c’è un costante aggiornamento, ma soprattutto c’è il dominio dei social che viene usato moltissimo e con grande capacità da tutti i politici, a volte in maniera un po’ colpevole. Per questo motivo nessun tipo di informazione che si voglia fare non può non tener conto dell’ultimo tweet fatto da questo o da quello, altrimenti non si viene considerati aggiornati fino all’ultimo momento. La dimensione della comunicazione, in questo momento, è quindi quella del presente, le notizie sono infinite e in tutto questo il rischio è che diventi difficile capire quali siano le cose notiziabili e quelle che non lo sono, quali quelle vere e quali quelle false e un altro problema è quello della sintesi delle informazioni e della selezione delle priorità.

Annamaria Baccarelli ha parlato anche di una recente ricerca fatta per l’Ordine dei giornalisti dalla quale risulta che il 95% degli italiani sotto i 35 anni usa quotidianamente la rete, il 60% è sempre connesso a internet, il 75%  si informa solo online e negli ultimi 10 anni la fruizione dei telegiornali è calata del 10 %, mentre quella delle news dai siti online è salita dal 31% al 75%. Tutto questo per dire che la giornalista non ha nulla contro la comunicazione politica via social, ma essa ha un unico grande difetto alla fonte: mentre prima era il giornalista che con l’arretratezza del mezzo tecnologico andava a cercare il politico per fargli un’intervista, ora al giornalista arriva tutto quello che il politico gli vuole fare arrivare e quindi i social sono uno strumento di grandissima trasparenza, ma anche di propaganda. Alla fine della “lezione”,  i giovani redattori di Sottob@nco  hanno potuto rivolgere alcune domande alla giornalista.

Quanto può contare ancora oggi il saper scrivere in questa frammentazione del linguaggio, in questo flusso continuo di notizie?

«Il saper scrivere è fondamentale perché, per quanto siano cambiati i mezzi con i quali ci esprimiamo, la nostra è una funzione di comunicazione e quest’ultima passa attraverso la scrittura che è un esercizio mentale fondamentale per organizzare i pensieri. Riuscire a diffondere un messaggio con un linguaggio che sia sintetico, immediato, corretto e non banale, secondo me, fa davvero la differenza».

Una recente indagine ha mostrato che il livello di istruzione dei componenti del Governo, dei ministri e sottosegretari, è andato via via calando. Secondo lei, che lavora a stretto contatto con questa realtà, è solo specchio dei tempi, di una modernità che è attenta ad altre competenze, oppure verifica nel suo lavoro quotidiano di giornalista parlamentare una carenza effettiva di qualità nello svolgimento dei lavori politici?

«Sarò molto sincera a costo di non essere politicamente corretta. È sì specchio dei tempi nel senso che ultimamente c’è stata la volontà di rappresentare un Paese nella sua componente più vasta possibile. Lo strumento rappresentativo si è inteso quindi come uno strumento che non rappresentasse una classe selezionata che fosse un filtro tra la società civile e la politica, ma una classe che rappresentasse il Paese tutto e ciò ha portato ad un allargamento della platea che ha coinvolto anche persone che non avevano competenze molto alte. Tutto ciò diventa un limite nel momento in cui queste competenze non così forti devono interpretare le esigenze di un Paese, quindi obiettivamente, negli ultimi anni, devo registrare un calo di competenze effettivo, a volte grave, nella classe che ci rappresenta. Va anche detto che vi può essere una classe politica molto competente ma che magari si comporta malissimo».

Quali sono i suggerimenti, consigli o regole che lei comunica ai suoi collaboratori per quanto riguarda i testi?

«Una cosa che a me piace molto e che suggerisco ai giovani perché è stata insegnata anche a me è quella di cercare di iniziare ogni testo, che sia scritto o che sia un servizio televisivo, in modo non banale perché un buon attacco è qualcosa che permette a chi legge o a chi ascolta di rimanere in ascolto e di andare avanti nella lettura».

Da quando ha iniziato la sua carriera professionale quanto è mutata l’importanza di un parlamentare italiano? Quanto è cambiato il suo status e il suo peso politico?

«L’importanza dei singoli parlamentari è diminuita anche perché siamo in una fase in cui c’è l’identificazione con dei leader. Nei partiti contano i leader e le figure che stanno intorno a loro hanno molta meno importanza, sono come degli sconosciuti».

Secondo lei una persona che si appresta a votare per la prima volta nel 2019, può scegliere serenamente chi o quale idea votare se finora ha assistito a discussioni da stadio proprio nelle Camere parlamentari?

«Secondo me sì, perché ha tutta la possibilità di informarsi. Si deve impegnare molto, ma c’è questa possibilità. Adesso, per esempio, c’è una bellissima campagna che sta facendo il parlamento europeo e che si chiama “Io voto” ed essa è nata proprio per mobilitare i giovani ad un voto europeo che sia il più possibile consapevole. È necessario che i giovani vadano a vedere in rete quali sono i programmi per potersi fare una propria idea basandosi su che cosa questi politici sono disposti a fare. Nel pollaio quotidiano non si capisce più nulla e forse c’è una colpevole e generalizzata volontà di non far capire nulla, ma se voi vi informate le differenze ci sono. È vero che non sempre i politici rispettano i programmi, ma nei programmi un po’ di quello che pensano c’è e solo informandosi si può votare in modo consapevole».

Cosa c’è dietro una diretta televisiva?

«Dietro ad una diretta televisiva c’è tanta preparazione, tanta adrenalina e tanta curiosità perché dietro ad ognuna di esse c’è sempre qualcosa che non si riesce a vedere, che si deve ancora scoprire».

Quello del giornalista è dunque un mestiere complesso. Consiglierebbe ad un ragazzo di intraprendere questa strada?

«È difficile dare questa risposta perché, se dovessi farlo in base alla conoscenza del mercato della comunicazione, dovrei scoraggiarlo quel ragazzo, ma non lo faccio perché credo che ognuno di noi se ha dei talenti e delle passioni li deve coltivare. Se si è disposti a prepararsi molto bene, a viaggiare, ad aggiornarsi continuamente, ad imparare bene delle lingue straniere, è giusto che queste persone questo mestiere lo facciano».

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