L’ex presidente della Camera dei deputati ospite ai “Venerdì del Liceo”
LA GLOBALIZZAZIONE SECONDO BERTINOTTI

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TODI – Nel pomeriggio del 19 ottobre 2018, presso l’Aula Magna della sede di Largo Martino I, si è tenuto il secondo incontro dei Venerdì del Liceo. Relatore d’eccezione è stato Fausto Bertinotti, già Presidente della Camera dei Deputati del Parlamento italiano. Si è affrontato il tema della globalizzazione nel suo sviluppo, dall’affermazione delle “magnifiche sorti e progressive” alla crisi.

Che cos’è, secondo Fausto Bertinotti, la globalizzazione?

«È ciò che ha cambiato il panorama economico, sociale e persino antropologico. In un intervallo di tempo di circa mezzo secolo è avvenuta una metamorfosi che ha cambiato alcuni connotati fondamentali del mondo. La protagonista di questo passaggio d’epoca si chiama globalizzazione. Questa grande novità può essere definita come una rivoluzione capitalistica,  perché ci porta ad un cambiamento radicale e perché mette fine all’ultima grande speranza di cambiamento che si era affacciata sulla scena dell’Occidente, quella del ’68. La globalizzazione non è un evento naturale né una cosa che accade perché la storia va così. È il frutto di scelte e volontà degli uomini organizzati ed una rivincita dei forti contro i deboli».

Seguendo in modo appassionato l’intervento di questo illustre relatore, si arriva a capire quali sono gli eventi che secondo lui hanno determinato un tale cambiamento.

«Una mescolanza di fattori:

  • il crollo dell’Unione Sovietica, che nel dopoguerra era stato il mito che aveva accompagnato tutte le lotte e che guidava l’idea che qualcosa potesse cambiare; 
  • la rivoluzione tecnico-scientifica, la quale ha apportato cambiamenti soprattutto nell’ambito della comunicazione (lo spettatore da passivo, com’era davanti ad un giornale o alla televisione, diventa spettatore attivo di fronte a un cellulare o a un computer) assottigliando la distinzione tra reale e virtuale;          
  • una modificazione dell’economia:  si passa dai padroni capitalisti a coloro che detengono la finanza e gestiscono i flussi dell’economia mondiale. 

Queste convenzioni non sarebbero state così decisive se nel frattempo non fosse intervenuto un altro grande cambiamento nella politica: agli inizi degli anni ’80 prende forza l’idea che tutte le lotte che c’erano state e tutti i soggetti che le avevano fatte sono  un impedimento all’innovazione, perché le loro conquiste impediscono alla finanza di muoversi come vuole. Lo Stato non è più la soluzione del problema, ma è il problema; così rimane in piedi solo la concorrenza e la competitività delle merci. La globalizzazione è l’abbattimento di tutto ciò che resiste al regno dell’assoluta concorrenza e competitività delle merci».

In un crescendo di riflessioni, Bertinotti si interroga sul perché questo fenomeno abbia avuto un così grande successo.

«Perché insieme a tutto ciò che avveniva c’era un accompagnamento ideologico e culturale che è stato così forte da essere definito “il pensiero unico“, cioè questa contro-rivoluzione che si stava producendo è invece riuscita ad apparire come l’unica chance per il futuro dell’umanità. Il consumatore non è più quello che hai vicino a casa o quello della città vicina o quello del paese vicino. Questa globalizzazione permette di vendere ovunque, perché la rivoluzione tecnico-scientifica consente di abbattere le distanze. Comincia la delocalizzazione. Una volta le fabbriche erano ferme e la gente andava verso le fabbriche per lavorare; adesso invece sono le fabbriche che si muovono e cercano un posto dove i lavoratori possano essere pagati ad un prezzo più basso».

Si riflette anche se questa possa essere considerata una “modernizzazione senza modernità”. L’illustre relatore afferma:

«Senza modernità, perché la sua istanza dovrebbe essere la libertà e la realizzazione della persona umana, mentre questa “controrivoluzione” (chiamata così per questo) non se ne interessa, perché ha l’imperativo categorico di produrre beni, di venderli in tutto il mondo e di costruire una dittatura nello scambio delle merci e nella concorrenza. La politica deve solo accompagnare questo processo, non gli è richiesto di avere un’idea di società. Ciò è così vero che, quando nasce l’Europa politico-istituzionale, nasce come strumento della globalizzazione, non è una creatura dei popoli.

Sennonché “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi“. Uno dei punti di maggiore forza per la globalizzazione è stata la capacità di persuadere la politica, la cultura e l’informazione che le crisi economiche e sociali non si sarebbero mai più prodotte. Ma succede che all’inizio del millennio, nel 2007/2008, esplode la crisi nel cuore della globalizzazione, negli USA e nella finanza, cioè proprio nei suoi punti di forza. 

La crisi, cominciata con il debito privato in America, diventa quella del debito pubblico in Europa e a quel punto nascono le politiche di austerity, per le quali lo Stato spende sempre di meno. La conseguenza è un processo di crescente privatizzazione, di impoverimento della vita delle grandi masse  e dell’aumento delle disuguaglianze. Questo è il cancro che rischia di corrodere le nostre civiltà. Oggi al mondo 83 persone hanno la ricchezza di 3500000000 persone. Ora, chiunque si rende conto che una cosa così è tendenzialmente mortale, perché quella maggioranza non può stare a questo gioco, e siccome questa percezione le classi dirigenti l’avevano avuta, hanno pensato di fronteggiarla con la guerra. Quella in Iraq è la risposta a questa difficoltà. Ma neanche questa funziona come elemento di stabilizzazione del governo del modo.

La stessa cosa avviene nei singoli paesi. Le democrazie si “assottigliano” perché, mentre nella fase precedente la distribuzione della ricchezza aveva rafforzato la democrazia, oggi si rafforza solo l’individualismo. Così le “magnifiche sorti e progressive” cadono, perché le popolazioni manifestano il loro malcontento.

Questo è il frutto del fatto che la globalizzazione ha tradito le sue promesse e a pagarne le conseguenze sono state le popolazioni colpite dall’accrescimento delle disuguaglianze.

Allora c’è un principio fondamentale che dovremmo far valere: alle ingiustizie bisogna ribellarsi».

Questa conferenza molto interessante è stata anche un modo per aprire gli occhi ai giovani sulle cause della situazione economica attuale. Conoscere il passato è ciò che ci spinge a migliorare il futuro.